RIFLESSIONI SULLA CONFERENZA DI COPENAGHEN

 
Vorrei affrontare con voi una riflessione sulla Conferenza di Copenaghen conclusa il 18 dicembre 2009 perché anche se passata da un po’ ritengo che alcuni aspetti meritino maggiore attenzione.
Aspetti positivi di quella riunione tra i “big” mondiali sono stati, come non hanno trascurato di mettere in luce giornali e tv, il definitivo riconoscimento dell’effettività del problema climatico mondiale nonché della necessità di agire per impedire la catastrofe.
Eppure c’è qualcosa che non mi convince. Sono rimasta totalmente allibita dalla conclusione della conferenza (da cui tanto ci si aspettava) con miseri “accordi” per diminuire l’emissione di Co2 senza peraltro nulla di scritto, senza scadenze precise e, soprattutto, senza un organo che ne verifichi e tuteli l’adempienza o inadempienza. Ma non si tratta solo di questo: ciò che trovo davvero assurdo è l’ipocrisia con cui i paesi più sviluppati hanno trattato un argomento tanto fondamentale per la sopravvivenza della specie umana e per il futuro del pianeta. Mi spiego meglio. Non si può parlare di misure per arginare il cambiamento climatico quando alla base dei paesi occidentali e ormai di tutti i paesi industrializzati vi è l’utilizzo sfrenato del carbone, del petrolio, di sostanze nocive per la nostra atmosfera; non si può pensare di risolvere il problema continuando con questo consumismo senza limiti, bisogna cambiare il sistema, trovare nuovi fonti di energia rinnovabile, perché prima o poi tutto si esaurisce…
Questo è per darvi una misura di come io mi sia sentita presa in giro da tale inconcludente conferenza: non bastano le parole, nella teoria tutto è bello e facile, ma poi si deve passare alla pratica, ai fatti!
Per non parlare dell’evidente impossibilità di accordare tutte le parti in causa, tutti i divergenti interessi dei singoli paesi. Trovo giusto che nazioni come l’Africa e la Cina rivendichino il loro turno nello sfruttamento delle risorse globali, visto che l’occidente l’ha fatto per più di un secolo e continua tutt’oggi. Perché negare loro uno sviluppo semplice e veloce come il nostro? Come imporgli dei limiti e degli ostacoli al raggiungimento dei propri obiettivi? Che diritto possiamo mai avere noi di fermarli? Ed eccoci giunti all’ennesimo punto spinoso del “meeting”, ad un’altra improbabile conciliazione tra proponimenti teorici ed effettive misure pratiche .
La mia rabbia è diretta contro formalità politiche capaci solo di fare tanta propaganda mediatica senza poi arrivare di fatto alle persone, ai cittadini, alle coscienze della gente, relegando problemi come quello climatico alle sole risoluzioni della politica. Ma a questo punto non credo che sia dai vertici più alti che ci si debba aspettare un cambiamento, quanto da noi, dalle singole comunità cittadine, da uomini e donne volenterose. Bisogna che nella nostra società si affermi la consapevolezza che non è possibile stare a guardare: dobbiamo impegnarci a cambiare o addirittura rivoluzionare il nostro stile di vita, pensando per una volta all’interesse generale, al bene comune anziché esclusivamente al proprio. E’ agendo sulle piccole cose quotidiane che si può cominciare a porre un freno al riscaldamento globale, risparmiando, riciclando e contribuendo ad una svolta epocale nella società del XXI secolo.
 
Alberta Romano (romano.ga@gmail.com)

 CIRCOLO DI CAPOPRATI
Via di Capoprati 12a 00194 Roma.

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