Cina. Passato, presente e futuro
Cina. Passato, presente e futuro.
Il primo di ottobre si sono celebrati i festeggiamenti per il sessantesimo anniversario della nascita della Repubblica popolare cinese: nella cornice di Piazza Tiananmen più di un milione di persone hanno dato vita ad uno show di incredibile impatto visivo, diretti dallo stesso regista delle cerimonie olimpiche, ma con un messaggio molto più aspro e minaccioso. L’enorme impatto visivo ha mostrato al mondo la potenza militare del colosso da un miliardo e 300 milioni di abitanti, e agli spettatori cinesi la grandezza del loro paese, alla quale gli abitanti di Pechino hanno partecipato nella maniera più consona: rimanendo chiusi in casa per rispettare le misure di sicurezza imposte dal governo.
Ma come si è arrivati a questo? Qual è stato il cammino che ha condotto la Cina dal sottosviluppo ad essere la terza economia mondiale e la candidata più solida a definire gli sviluppi del XXI secolo? Vediamo i punti salienti della storia della nascita della Repubblica. All’inizio del secolo la Cina, pur non essendo formalmente una colonia, è nelle mani degli Occidentali e dei Giapponesi, ma con la caduta della dinastia imperiale Manciù e l’instaurazione della prima Repubblica nel 1912 le cose cambiano velocemente. Il partito nazionalista che la guida (il “Guomindang”) riunifica buona parte del paese, comincia la lotta contro i privilegiati e gli stranieri, pur mantenendo cordiali contatti col Leninismo russo, al cui modello si ispira. Nel 1921 nasce il Partito Comunista cinese, con a capo Mao Zedong , autonomo ma aderente al Guomindang. Con la morte del fondatore della repubblica e del partito (Sun Yan-Tse) nel “fronte unito” scoppiano le contraddizioni: i nazionalisti, guidati da Chiang Kai-Shek, miravano ad un governo moderno e borghese, i comunisti alla rivoluzione e al sovvertimento sociale. Con l’appoggio di Usa e Gran Bretagna i primi prendono il potere e reprimono i moti popolari, costringendo i Comunisti di Mao ad una fuga che toccò le zone più povere e dimenticate del paese. Si tratta della famosa “Lunga Marcia” (1934-35), che in seguito sarebbe stata esaltata dai leader comunisti come momento di vicinanza di Mao al popolo delle campagne, e che in effetti fortificò il mito comunista tra le masse di diseredati che abitavano le zone più impervie della Cina . Ciononostante, l’invasione giapponese della Manciuria e la seconda Guerra mondiale costringono le due fazioni ad una temporanea tregua, ma la fine del conflitto vede i Comunisti rafforzati. Essi conquistarono definitivamente il potere nel 1949 e costrinsero Chiang Kai-shek a fuggire con i suoi seguaci sull’isola di Formosa, dove essi fondarono lo stato di Taiwan. Siamo quindi giunti a quel famoso primo ottobre, ma la Cina era ben lontana dall’essere una potenza, da qualunque punto di vista. La Cina ,anzi, si trovava in una situazione di isolamento internazionale e di grave arretratezza economica e industriale. Nei 27 anni che seguirono il partito comunista non riuscì a risolvere sostanzialmente il problema dell’estrema povertà e sottosviluppo, pur introducendo diverse riforme più o meno graduali (come nel caso della coltivazione delle campagne con un modello cooperativo) o aggressive (il “Grande Balzo”, con cui Mao volle costruire industrie pesanti nelle campagne, ottenendo però scarsissimi risultati produttivi e causando una carestia per mancanza di raccolti). Furono introdotte la scolarizzazione primaria e sradicati la coltivazione e consumo dell’oppio e le antiche tradizioni oscurantiste verso le donne, ma rimase sempre e comunque un clima di repressione, che raggiunse l’apice nella rivoluzione culturale del 1967. In quest’occasione Mao, che viveva un momento di marginalità politica, fomentò il malcontento giovanile (costituitosi nelle “Guardie Rosse”) e fece in modo che si indirizzasse non verso le istituzioni comuniste stesse, ma verso gli attuali dirigenti. Questi furono costretti alla “rieducazione”, cioè all’esilio in località rurali dove sarebbero stati occupati in attività agricole o industriali. E la stessa sorte toccò poi a quei giovani che rifiutarono di rientrare nei ranghi dell’ordine maoista. Mao governò con autorità praticamente indiscussa (su di lui circolavano addirittura storie sul vigore del suo fisico e sulla sua capacità atletica ancora a 72 anni – il che ci ricorda qualcosa…) fino alla morte avvenuta nel 1976. Il potere passò a quel punto a Deng Xiaoping: costui era uno dei dirigenti banditi nel 1967, ma fu richiamato dallo stesso Mao. Ed è proprio Deng il principale artefice della attuale potenza cinese. Egli inaugurò una nuova epoca di riforme chiamata “delle quattro modernizzazioni” (agricola, industriale, scientifica e tecnica, militare), ma non considerò affatto quella politica: la Cina avrebbe prosperato senza la democrazia. La strategia pragmatica seguita da Deng ,infatti, era accompagnare riforme economiche straordinarie al costante conservatorismo politico, in modo da avvicinare la Cina allo sviluppo occidentale, ma assicurando al partito il potere e il controllo su qualsiasi cambiamento attraverso una struttura fortemente autoritaria. Si susseguirono così la liberalizzazione dell’attività privata in agricoltura, distribuzione dei redditi secondo criteri meritocratici,creazione di zone speciali dove le regole di mercato fossero svincolate da quelle della società comunista (su modello di Hong Kong) con vaste sperimentazioni di differenti soluzioni giuridiche e istituzionali, soprattutto sulla fascia costiera. Questo cammino è stato continuato dai successori di Deng, Jiang Zemin e Hu Jintao, senza modifiche sostanziali, soprattutto in campo politico. Nessuna riforma democratica in ambito istituzionale e dei diritti umani ha accompagnato le altre, e ancora oggi il dissenso è considerato un cancro dell’ordine interno, che deve essere represso con decisone prima che si diffonda e metta in pericolo l’impalcatura di regime. Simbolo di tale repressione rimane l’intervento armato contro il movimento di studenti che nel 1989 scese in piazza Tiananmen per chiedere più libertà politica e di pensiero, ma negli ultimi tempi ad esso si è quello contro le proteste in Tibet e nella provincia nord-occidentale dello Xinjiang, abitata dall’etnia musulmana degli Uiguri. Il dato più sconcertante (ma neanche tanto) è che il resto del mondo ha smesso di indignarsi e provare ad intervenire nelle faccende cinesi: nel 1990 fu imposto un embargo alla Cina, ma gli interessi economici prevalsero su qualsiasi considerazione politica ed esso (insieme all’eccidio di Tiananmen, fu presto dimenticato). In una situazione attuale in cui la Cina cresce di importanza ogni giorno che passa, diventa sempre meno pressante per gli USA e l’Europa l’osservanza dei diritti umani rispetto alla necessità di credito e di esportazioni cinesi, così come il flusso di investimenti che arriva dal colosso asiatico. Il governo cinese infatti è nella condizione di fare investimenti in tutto il mondo, e lo sta facendo in zone strategiche come il Sud America e l’Africa. Da sola la Cina detiene la maggior parte del debito pubblico americano, il che significa che gli Stati uniti spendono più di quello che guadagnano, e i soldi vengono tutti dal tesoro Cinese. Tutto ciò prese il nome contraddittorio di “socialismo di mercato”, ma sarebbe più corretto parlare di “autoritarismo” di mercato, perché in quella Cina a partire da Deng di sociale c’era ancora meno di prima, e soltanto in virtù della crisi attuale lo Stato cinese sta potenziando o creando servizi fondamentali come la sanità el’istruzione, mentre prima si era concentrata prevalentemente sull’industria manifatturiera non qualificata, divenendo così “la fabbrica del mondo”. D’altra parte, l’economia cinese resta caratterizzata da gravi squilibri: la Cina, nonostante i già grandi investimenti, risparmia più di quanto non riesca a investire; La corsa alla massimizzazione produttiva ha irrimediabilmente compromesso il clima e l’ambiente naturale in molte regioni, con conseguenze su scala mondiale; la politica del figlio unico, unita ad una latente arretratezza culturale, ha favorito nelle zone più sottosviluppate, una netta prevalenza di natalità maschile (in parole povere, il numero degli individui maschi è in aumento su quello delle femmine); la situazione tra la zona costiera ed urbana e quella rurale dell’entroterra è completamente diversa per sviluppo tecnologico, benessere e possibilità di lavoro. Quest’ultimo elemento è alla base di un vero e proprio esodo che ogni anno si ripete dalle campagne verso le città, con milioni e milioni di giovani che arrivano nelle megalopoli in cerca di occupazione. In pratica, leggendo insieme questi dati, se l’economia cinese non crescesse ai ritmi forsennati a cui orami da 20 anni siamo abituati, la disoccupazione arriverebbe a livelli più che preoccupanti. E se ci concentriamo ulteriormente su tali squilibri vediamo che milioni di giovani uomini disoccupati e senza una donna sono un vero problema per qualsiasi società. La conseguenza forse più auspicabile sarebbe un tale livello di malcontento sociale da provocare un rinnovamento istituzionale, la peggiore sarebbe senza dubbio essere una guerra. Prospettive del genere fanno paura, ma sono entrambe altamente improbabili. La prima perché anche nell’era di Internet e dei cellulari il regime comunista riesce a tenere quasi perfettamente sotto controllo il suo sterminato popolo. La seconda perché i cinesi avrebbero poco da guadagnare da un conflitto sul piano militare, visto che su quello economico stanno marciando a tutta forza. Nonostante la dimostrazione di forza dell’impressionante parata militare della commemorazione, i leader politici cinesi oggi più che al radicalismo di Mao si ispirano all’equilibrio di Confucio, il venerabile filosofo del sesto secolo a. C., il quale predica l’armonia delle parti (nella famiglia come nello Stato), il rispetto per l’ordine costituito e il precetto di “non imporre agli altri ciò che non vorresti fosse imposto a te” che è stato alla base di un millenario “mondialismo pacifico” che la nuova Cina sembra voler recuperare. Infatti, ora che la chiave dei rapporti internazionali sembra essere il multipolarismo, la Cina ha ribadito la sua volontà a agire in sintonia con gli altri Grandi, per mantenere la pace e l’ordine all’esterno e poter realizzare i propri obbiettivi interni, come ad esempio innalzare e omogeneizzare il tenore di vita della sua gente. Quello che essa chiede è una democratizzazione delle relazioni internazionali, in primo luogo per quanto riguarda gli organismi economici, in modo tale che le vecchie potenze e i paesi emergenti possano dare vita ad una nuova armonia globale. Negli ultimi tempi, inoltre, la Cina si è mostrata favorevole ad un impegno nella riduzione delle emissioni inquinanti e pericolose per il riscaldamento globale, anche se lo ha fatto chiedendo risorse agli occidentali affinché paesi in via di sviluppo possano dotarsi di industrie ecosostenibili.
Non c’è dunque da avere troppa paura della Cina, se la si considera come un elemento fondamentale per l’economia e l’ordine mondiale, e si reagisce in modo tempestivo e innovativo come ha fatto l’amministrazione Obama. Ultimamente ,infatti, Cina e USA si sono avvicinati al punto da far pensare che si stia costituendo un informale G2 tra i due Paesi. L’Europa, dal canto suo, appare al momento come un continente ricco, ma vecchio, impaurito e poco dinamico. Poichè è una certezza che i paesi del cosiddetto BRIC (Brasile, India, Russia e Cina) occuperanno una posizione economica preminente nei prossimi anni, per l’Italia e gli altri paesi europei c’è solo una possibilità di sfuggire al marginalismo: il consolidamento dell’unità europea. L’Unione Europea resta infatti la seconda economia del mondo, e avrebbe tutte le carte in regola per costituirsi come terzo polo nelle futuri sviluppi geopolitici del XXI secolo. Dal punto di vista del nostro paese, un’ Unione Europea forte ed unita sarà la maggiore garanzia di rilevanza politica per l’Italia e di stabilità per il mondo, dal momento che solo così i Paesi europei potranno guardare alla Cina come un partner e una realtà paritaria. Se invece l’Europa si chiuderà in sé stessa, assumerà sempre più un ruolo simile a quello storicamente giocato dalla Svizzera, un satellite ricco ma politicamente irrilevante, lasciando campo libero ai giganti dell’est di fare del nostro tempo “il secolo cinese”.
Francesco Menonna




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