In una parola: il fine dell’organizzazione politica è la libertà
“In una parola: il fine dell’organizzazione politica è la libertà”. Queste sono le parole di Baruch Spinoza, filosofo del XVII secolo. Dunque che dire di questa frase? Possiamo noi dire di poter vedere applicata tale massima al nostro sistema di governo? Possiamo giudicare che lo stato abbia raggiunto uno dei suoi scopi principale, ovvero il riuscire a mantenere libero fisicamente e mentalmente l’uomo e di vivere nella concordia, pur professando le proprie opinioni? Domande che non possono avere certamente una risposta immediata, ma soprattutto non così netta e decisa. Basti pensare a quello che sta avvenendo negli ultimi giorni nel nostro paese per iniziare una riflessione un po’ più profonda sul nostro governo: si torna a parlare infatti, dopo questi giorni di festa della discussa e contestata legge avanzata dal governo e rinviata alle Camere dal Presidente della Repubblica che consentirebbe di aggirare l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, il quale stabilisce che “(…) il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento (…) o annulla il licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo (…) ordina al datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici prestatori di lavoro o più di cinque se trattasi di imprenditore agricolo, di reintegrare4 il lavoratore nel posto di lavoro. (…)”. Il lavoratore, dunque, che ritenga di essere stato licenziato senza una giusta causa o un giustificato motivo, può ricorrere al giudice. Se in sede giudiziaria viene accertata l’assenza di questi due requisiti, il giudice emette una sentenza con la quale può obbligare il datore di lavoro a riassumere il lavoratore licenziato. Questa norma è valida per tutti coloro che lavorano in aziende con più di quindici dipendenti. Non è ovviamente la prima volta che si contesta e si tenta di modificare tale legge, anzi potremmo quasi dire che è una “prerogativa” del governo Berlusconi dal 2001. E con le ultime elezioni sembrava quasi che il campo fosse completamente libero per far passare le nuove norme sul lavoro. Ma finalmente sembra di intravedere un briciolo di “normalità” all’interno del nostro organo di governo. Napolitano dunque non è un eroe, un nuovo Achille, un altro Enea, bensì un super normale capo dello stato che, come prevedono regolarmente i suoi poteri, ha rifiutato la promulgazione di una legge. Quindi niente di straordinario, sembrerebbe. Tranne per il fatto che questa normalità a livello istituzionale non è mai stata tale qui in Italia. E dunque? Dunque dovremmo forse non tanto concentrarci sul gesto in sè quanto su una piccola verità che nessuno a esplicitamente dichiarato, ma che tutti abbiamo avvertito: se la democrazia non ha finora agito come tale, fino ad ora noi che governo abbiamo avuto? Si ritorna perciò alla massima iniziale: “il fine dell’organizzazione politica è la libertà”.
Livia Cruciani



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